Marina Cvetaeva
Racconto di mia madre
I molti volti di Marina Cvetaeva e le parole ricercate sono il suo unico strumento. Il solo denaro del quale è provvista.
Nel volumetto Racconto di mia madre (comprensivo del racconto omonimo e de Il fidanzato) il lettore non troverà i crudi e soavi testi poetici ai quali l’artista russa ci ha abituati eppure, come avviene coi suoi indimenticabili versi, anche in questo caso si può avere la fortuna di scorgere il sublime incanto della ricerca e dell’abbandono, dell’interrogativo sospeso che insegue una risposta. È l’approssimazione di un tempo sconvolto dagli eventi che si esprime per mezzo di un’esigenza di scrivere.
Marina Cvetaeva sfiora la parole, limandole e contraendole, per giungere dritte allo stomaco di chi legge.
Scritti in francese, non in russo, i due racconti finora inediti nel nostro Paese ci mostrano il profondo e a tratti conflittuale rapporto tra Musja (Marina) e Anja, sua sorella minore. Già dalla scelta linguistica possiamo scorgere un desiderio di allontanare da sé dal punto di vista affettivo e da quello temporale eventi di una vita passata, ormai sepolta e inaccessibile se non con il ricordo.
Il
primo racconto, dal titolo Racconto di
mia madre, traccia senza orpelli linguistici il conflitto che da sempre
alberga nei reconditi meandri dell’amore fraterno. Il dubbio del prescelto, del
favorito sul quale si riversa quella millesima parte in più dell’affetto materno. Marina ci
racconta di due sorelle, di una scelta e di una Madre. Di sua madre, ma anche
di lei stessa che la fame costrinse a scegliere tra la figlia Ariadna e la
figlia Irina. E scelse, lasciandosi dietro una bambina denutrita, debole,
incapace di affrontare le dure prove dell’esistenza. Nessuna madre preserva
dalla morte un figlio, abbandonandovi l’altro. Questo è un racconto intriso dal
sapore del ricordo, della paura di sapere, dell’angoscia del rimorso. “Voglio
che tu sia eternamente infelice per aver ‘scelto’”. Tali sono le parole che il
brigante urla alla Madre del racconto, una madre che opta per la ‘non scelta’
ché non vuole condannare a morte nessuna delle sue figlie. Ma è anche una voce
che urla dentro Marina, un grido che fingendo di rimproverare la Madre,
rimprovera lei per quella bambina morta di stenti. Ariadna o Irina? Musja o
Anja? Quale cero è bruciato per primo? Sette anni dopo la stesura di questo
racconto, provata dalla vita e privata della propria famiglia, Marina Cvataeva
decide di spegnere la fiamma del proprio cero, dicendo addio al mondo,
all’esistenza e al peso immane della propria memoria.
| Fonte: Wikipedia |
Nel
volumetto si trovano quindi dei racconti idilliaci, dove la creazione artistica
si scontra con la crudezza della quotidianità, quindi di un insieme di scelte e
decisioni che influenzano il futuro di ciascuno e che, per quanto gaie od
opprimenti, non possono essere dimenticate, ma continuano a tracciare il
percorso a venire.
In definitiva, questi due racconti sono finestre aperte su
una vita passata che narra, senza giudicare, le origini di un presente dal
quale ‘il trascorso’ è irrimediabilmente distante.
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Bella recensione, anch'io amo la Cvetaeva. Patty
Grazie! Sono contenta che ti piaccia. Presto inizierò Il racconto di Sonecka. ;)