Quanto
valgono le parole?
E che peso hanno lettere e consonanti che costituiscono
proprio la materia prima sulla quale le parole stesse vengono plasmate?
Ce lo
siamo chiesti un sacco di volte, spesso rimanendo a bocca aperta rispetto alla
vastità delle risposte che a questo quesito potevamo dare.
Una possibile via risolutrice all’interrogativo può essere individuata nei diversi
modi d’intendere le ‘parole’, la ‘scrittura’ e la ‘lettura’, indicate non come
definizioni poste a limite di ben determinate categorie di azioni, bensì come
possibilità, come creazione in potenza, come quell’interpretazione della realtà
che non può in alcun modo intendersi univoca. Quel che abbiamo capito, però, in
questi ultimi giorni, è che con le parole anche la politica può fare giochi
pericolosi e ce lo ha dimostrato con la vicenda del ‘bonus libri’ che è
divenuto, a sorpresa, ‘bonus librai’, garantendo un’agevolazione non più ai
lettori, bensì a chi i libri li vende.
Le parole
imprimono una nuova forma alla realtà, insomma. Hanno questo potere che finisce con l’assumere un
valore molto più importante di un qualsiasi semplice gesto.
Le parole cambiano direzione,
plasmano la società, hanno la forza di decidere, di imporre, di liberare e di imprigionare.
Le parole sono atti vigorosi che non lasciano scampo, emozionano e sopprimono,
pur trasformandosi rimangono uguali o finiscono per mutare anche se a vederle
non hanno subito alcun cambiamento. Le parole alimentano speranze e, con un
tratto di penna, le annientano. Le parole fanno cultura, ma implicano anche dei
doveri.
E per un lettore le parole sono l’ancora di salvezza in mezzo al mare
in tempesta della propria esistenza. Per un lettore ai tempi della crisi
economica le parole rappresentano il coraggio, la fuga, la libertà e la
speranza.
Ecco perché, tra le tante misure legislative che hanno fatto discutere
gli italiani, quella del ‘bonus libri’ aveva destato l’interesse di quanti,
come noi, trovano in un libro l’alternativa possibile. Sul finire dell’anno passato si era infatti palesata l’eventualità che gli
acquisti di libri potessero essere scaricati seguendo all’incirca le medesime
modalità applicate all’acquisto di medicinali. Proprio lo scorso 23 dicembre
veniva pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto ‘Destinazione Italia’ (n.
145/2013) tra le cui disposizioni contemplava altresì misure volte al sostegno
della lettura e dell’acquisto dei libri cartacei sia per motivi di studio che
per mero diletto. Veniva pertanto prevista una detrazione fiscale del 19% sugli
acquisti di libri muniti di codice isbn effettuati nel corso dell'anno solare;
l’importo massimo detraibile era stato posto a duemila euro, dei quali metà
avrebbe riguardato i testi scolastici ed universitari e l’altra metà tutti gli
altri tipi di pubblicazione. La notizia, in un Paese che stenta ad arrivare a
fine mese e nel quale gran parte della gente non ha neanche un libro in casa,
era stata accolta con grande favore, nonostante risultasse appunto inaspettata.
È bastato un
colpo di spugna, però, affinché all’improvviso cambiasse e le grandi attese dei
pochi lettori della Penisola si infrangessero.
Tant’è che,
con un abile gioco di parole, è stato accolto un emendamento che è andato a sostituire
il riferimento alle «persone fisiche e giuridiche» con quello agli «esercizi
commerciali che effettuano la vendita di libri al dettaglio». Non è forse questo
un modo per imprimere un cambiamento drastico ad aspettative e speranze usando la
mera forza delle parole?
Et voilà,
con una semplice vocale l’agevolazione finisce per riguardare solo i librai,
non più invece chi compra i libri e li legge. Con buona pace di tutti coloro
che a Natale avevano gioito per la grande novità!
Ecco, con
le parole si cresce e si diventa liberi. Bisogna però saperle usare, perché
quelle medesime parole hanno al contempo il potere di tirarci indietro,
limitando il potenziale di crescita che esse stesse avevano alimentato in
precedenza.

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